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Kids’ Work­shop: Bar­bara S. Wil­liams al Per­son Cen­te­red Forum.

19 maggio 2013

In­ter­vento di Bar­bara S. Wil­liams ef­fet­tuato al Per­son Cen­te­red Fo­rum, La Jolla, Ca­li­for­nia, Ago­sto 1987.

In­tro­du­zione

Come molti di noi, an­che io sono stata for­te­mente in­fluen­zata da Carl Ro­gers. La sua pre­senza e i suoi scritti mi hanno aiu­tato a com­pren­dere me stessa, mi hanno gui­dato nel mio la­voro con i bam­bini e mi hanno in­di­riz­zato ad aiu­tarli a ri­co­no­scere e man­te­nere quelle qua­lità che pos­sono por­tare ad una vita più pro­fonda.

Vo­glio quindi trac­ciare bre­ve­mente per voi un qua­dro dell’influenza che Carl ha avuto sul modo in cui io, at­tra­verso lo stu­dio dell’Approccio Cen­trato sulla Per­sona, ho svi­lup­pato i work­shop sulla co­mu­ni­ca­zione per i bam­bini, i work­shop per adulti sul modo di la­vo­rare con i bam­bini, non­ché una pre­sen­ta­zione su dia­po­si­tive (slide) in­di­riz­zata a bam­bini ed adulti per aiu­tarli a sco­prire va­lori universali

Qua­lità cen­trate sulla per­sona: loro con­ser­va­zione e crescita

Gli inizi

Sono pas­sati or­mai molti anni da quando a Santa Cruz in­sieme ad al­tre ses­santa per­sone di que­sta e di al­tre re­gioni ho par­te­ci­pato al mio primo work­shop, du­rato di­cias­sette giorni, per ascol­tare Carl Ro­gers de­scri­vere la sua teo­ria e la sua pra­tica. Man mano io lo ascol­tavo par­lare, giorno dopo giorno, dell’Approccio Cen­trato sul Cliente mi en­tu­sia­smavo sem­pre di più.

C’era ab­ba­stanza tempo in que­sto work­shop per ela­bo­rare ciò che stava av­ve­nendo, e così a un certo punto tutte le cose co­min­cia­rono a col­le­garsi den­tro di me come dif­fe­renti fili co­lo­rati in­trec­ciati in un me­ra­vi­glioso tap­peto. Con il pas­sare de­gli anni di­ven­ta­rono poi sem­pre più nu­me­rose le mie let­ture, i work­shop e le mie con­ver­sa­zioni con Carl, e que­sto tap­peto di­ven­tava man mano sem­pre più com­pleto. Era im­pres­sio­nante per me il fatto che Carl vi­vesse le sue teo­rie in una ma­niera tale che esse ac­qui­sta­vano con­si­stenza reale. Man mano che noi par­la­vamo dell’importanza di riu­scire a cre­dere nell’empatia, nel dare ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato e di es­sere con­gruenti, io co­min­ciavo a ri­tro­vare que­ste qua­lità nelle per­sone che mi erano più vi­cine e nelle fi­gure sto­ri­che che io ammiravo.

Il pro­blema

Nello stesso tempo i miei pen­sieri co­min­cia­vano a vol­gersi verso un que­sito spe­ci­fico: in che modo una per­sona svi­luppa e con­serva tali qua­lità e per­ché sem­bra che esse ven­gano ac­qui­site più fa­cil­mente da al­cune per­sone che da altre?

Una ri­spo­sta personale

Poi­ché vo­levo man­te­nere que­sta do­manda su un piano per­so­nale io ri­chia­mai alla mente quelle qua­lità di fi­du­cia, em­pa­tia, ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato e con­gruenza che avevo ri­co­no­sciuto in me stessa quando ero gio­vane e fui me­ra­vi­gliata del per­ché e del come io avevo svi­lup­pato que­ste qua­lità più com­ple­ta­mente e più fa­cil­mente di al­tre persone.

Com­presi così che lo svi­luppo di que­ste qua­lità di­pen­deva dal vi­vere in un am­biente caldo e sup­por­tante, nel quale c’erano al­tri che com­pren­de­vano e in­co­rag­gia­vano in me tali qua­lità. Inol­tre mi era d’aiuto avere come mo­delli per­sone che pos­se­de­vano esse stesse que­ste ca­rat­te­ri­sti­che. Sem­brava inol­tre che quando io mi in­con­travo con per­sone che ave­vano un at­teg­gia­mento giu­di­cante, io al­lora mi ri­traevo e al­cune di que­ste qua­lità di­mi­nui­vano in me men­tre al­tre si per­de­vano con l’abitudine a non manifestarle.

In­fan­zia e scuola

Que­sto ri­cordo per­so­nale fu rin­for­zato dalle os­ser­va­zioni che feci come in­se­gnante. Nel 1970 io co­min­ciai ad in­se­gnare alla De Sil­lio School. De Sil­lio, “The Silly Old School”, era una scuola al­ter­na­tiva che mio ma­rito ed io aiu­tammo a fon­dare nel 1969 a Fort Col­lins nel Co­lo­rado. I bam­bini ave­vano età com­prese fra i 4 e i 13 anni. Poi­ché io se­guii molti di que­sti bam­bini per otto anni ebbi am­pie op­por­tu­nità di os­ser­varli. Di­venne ov­vio che le qua­lità cen­trate sulla per­sona erano delle ca­rat­te­ri­sti­che che molti di que­sti bam­bini ave­vano quando erano pic­coli. Co­min­ciai a no­tare al­lora i molti modi in cui essi per­de­vano il con­tatto con que­ste qua­lità man mano che essi crescevano.

Al­cuni esempi

  1. Con­gruenza. Chi non co­no­sce un bam­bino di tre anni che non sia in grado di espri­mere i suoi pen­sieri e i suoi sen­ti­menti in modo chiaro, di­retto e con­gruente? “Mamma, per­ché quell’uomo usa quel ba­stone da pas­seg­gio? Sem­bra così buffo!” e chi non ha no­tato che al­cuni adulti, im­ba­raz­zati da si­mili do­mande for­ni­scono di­ret­ta­mente o in­di­ret­ta­mente il mes­sag­gio che qual­cosa è sba­gliato? “Ssst, Sally; non par­lare di que­ste cose. Stai buona!”. Si­mili av­ve­ni­menti co­sti­tui­scono il mo­mento in cui il bam­bino ini­zia a sen­tire che es­sere con­gruenti è sba­gliato, a di­men­ti­care come si fa ad es­serlo e a svi­lup­pare l’abitudine a mes­saggi con­fusi. L’autostima di Sally diminuisce.
  2. Em­pa­tia. Un al­tro esem­pio: un bam­bino di due anni si ta­glia un dito. Il suo fra­tel­lino di quat­tro anni si mette a pian­gere: sta espri­mendo em­pa­tia. En­trambi stanno in un ne­go­zio e la ma­dre, in­ner­vo­sita, esclama: “I bam­bini grandi non pian­gono!”. Egli ri­ceve due mes­saggi: è sba­gliato mo­strare sen­ti­menti e es­sere empatici.
  3. Fi­du­cia. Op­pure: un bam­bino di due anni in un ne­go­zio corre in­con­tro ad un estra­neo a brac­cia aperte. La sua fi­du­cia è istin­tiva. La ma­dre sem­bra at­ter­rita e dice: “No, non par­lare agli estra­nei!” e la fi­du­cia viene messa in discussione.
  4. Ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato. Un ul­timo esem­pio: Jane, che è una bam­bina di tipo an­glo­sas­sone con i ca­pelli biondi, tiene la mano di Kim, una nuova ra­gazza co­reana che sta ur­lando per­ché si è spa­ven­tata nel gio­care con l’altalena. Jane non nota che Kim ha un dif­fe­rente co­lore di ca­pelli, di pelle e di oc­chi. Lei dice a Kim che ur­lando fe­ri­sce le sue orec­chie ma che lei le vuole bene e che vuole aiu­tarla a non spa­ven­tarsi sull’altalena. Jane si rap­porta a Kim come per­sona; è in grado di darle ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato. Ma Jane ode l’insegnante dire: “Se tu non gridi, Kim, gli al­tri bimbi ti vor­ranno bene” e “Se tu provi an­cora, Kim, e vai sull’altalena come gli al­tri, loro ti vor­ranno an­cora più bene”. Na­tu­ral­mente que­sto è l’inizio di un ri­co­no­sci­mento po­si­tivo con­di­zio­nato ed il mes­sag­gio co­mu­ni­cato è che è sba­gliato es­sere di­versi da­gli al­tri. Jane è confusa.

Una ri­spo­sta

Io avevo ini­ziato con delle do­mande su come una per­sona con­serva e svi­luppa le qua­lità cen­trate sulla per­sona e per­ché esse ri­sul­tano più fa­cili per al­cuni che per al­tri. Ri­fe­rirmi alla espe­rienza alla De Sil­lio mi for­ni­sce un ten­ta­tivo di ri­spo­sta: com­prendo im­prov­vi­sa­mente che i mes­saggi e le espe­rienze che io ho ap­pena de­scritto ini­ziano molto prima di tre o cin­que anni.

Nes­suna me­ra­vi­glia quindi che noi ab­biamo così tante dif­fi­coltà nel riap­pren­dere quello che noi ab­biamo perso o quello che, forse, non ci è stato mai con­sen­tito di sviluppare.

Un’idea

Sul fi­nire de­gli anni ’70 io sono tor­nata all’attività di Coun­sel­ling, in par­ti­co­lare con i bam­bini. Più e più volte i miei pen­sieri rian­da­vano all’idea che do­veva es­serci un modo — forse nel set­ting di un work­shop — per aiu­tare i bam­bini a ri­co­no­scere le qua­lità cen­trate sulla per­sona che essi pos­sie­dono na­tu­ral­mente e per svi­lup­pare stra­te­gie per­ché pos­sano te­nere strette que­ste qua­lità man mano che essi ma­tu­rano, an­che a fronte di con­tro­con­di­zio­na­menti. I bam­bini ini­ziano la vita come es­seri umani completi.

Se essi pos­sono con­ti­nuare ad avere fi­du­cia nel mondo, es­sere em­pa­tici con gli al­tri, dare ri­co­no­sci­menti po­si­tivi in­con­di­zio­nati ed es­sere con­gruenti, essi pos­sono ar­ri­vare a co­no­scere se stessi, avere un’alta au­to­stima e ge­stire la mag­gior parte dei pro­blemi nei quali si im­bat­tono. In breve, essi pos­sono cre­scere di­ven­tando de­gli adulti che vi­vranno in ma­niera più completa.

Kids work­shop: una te­sti­mo­nianza positiva

Gli inizi

Gli adulti nor­mal­mente par­te­ci­pano ai work­shop per co­no­scere se stessi, cre­scere, avere sup­porto e tro­vare ispi­ra­zione; se è così per­ché non fare work­shop per bam­bini? En­tu­sia­smata da que­sta pos­si­bi­lità ho pro­get­tato Kids Work­shop per pro­muo­vere il ri­co­no­sci­mento, la sco­perta, la pra­tica e l’esperienza delle qua­lità cen­trate sulla per­sona (1). Mi sono sfor­zata di creare un am­biente sup­por­tante e si­curo con at­ti­vità di­ver­tenti e molti warm fuz­zies (2).

1. KIDS WORKSHOP è un Co­py­right di Bar­bara Wil­liams.
2. Warm Fuz­zies: Pe­lou­che che rap­pre­sen­tano pic­coli es­seri pe­losi, per­so­naggi molto noti ai bam­bini ame­ri­cani. Sono si­no­nimi di “buoni sen­ti­menti” (ndt).

Prima in­di­ca­zione positiva

Alla prima pre­sen­ta­zione del work­shop nel 1979 par­te­ci­pa­rono 4 ra­gazzi e 4 ra­gazze dai 6 ai 13 anni. Fui sba­lor­dita dai ri­sul­tati e da cosa que­sti in­di­ca­vano, e cioè che i ra­gazzi af­fer­ra­vano im­me­dia­ta­mente, dopo po­che frasi, esat­ta­mente ciò che io stavo cer­cando di co­mu­ni­care. Io dissi loro che io cre­devo che essi ave­vano la ca­pa­cità di es­sere au­ten­tici e di co­mu­ni­care di­ret­ta­mente, e che que­sta co­mu­ni­ca­zione era di­versa dal mondo de­gli adulti ed in ge­nere dalla no­stra cul­tura. Ag­giunsi che era per loro pos­si­bile mi­glio­rare que­ste ca­pa­cità, di­ven­tare più con­sa­pe­voli e con­ser­varle man mano che essi cre­sce­vano. Due dei bam­bini erano ipe­rat­tivi. Io non di­men­ti­cherò mai la loro espres­sione quando dissi loro que­ste cose; essi im­prov­vi­sa­mente si az­zit­ti­rono, i loro oc­chi di­ven­ta­rono grandi ed essi as­sen­ti­rono. Que­sti bam­bini si coin­vol­sero pro­fon­da­mente per tutto il re­sto del workshop.

In realtà tutti i bam­bini rea­gi­rono poi in modo si­mile, an­che quelli che non si erano pron­ta­mente coin­volti in qual­cosa. No­tai co­mun­que una rea­zione po­si­tiva a lungo ter­mine. Ge­ni­tori ed in­se­gnanti ri­fe­ri­rono di cam­bia­menti so­stan­ziali re­la­tivi a pro­blemi di com­por­ta­mento ma­ni­fe­stati sia a casa che a scuola. E’ per me an­cora dif­fi­cile da cre­dere tutto ciò: sem­brava di os­ser­vare che ac­ca­desse qual­cosa di ma­gico e con cui io avevo poco a che fare. Sem­brava che io avessi toc­cato senza sa­perlo qual­cosa di pro­fondo nei bam­bini, qual­cosa che essi po­te­vano ri­co­no­scere ed usare. Ar­ri­vai così a sen­tire che que­sta era una strada giu­sta per tutti i bam­bini (3).

3. Que­sto pa­ra­grafo e il pre­ce­dente sono una rie­la­bo­ra­zione da una let­tera a Carl Ro­gers, che egli citò in A Way of Being, Bo­ston; Houghton Mif­flin Co., 1980, pp. 233–4.

Se­conda in­di­ca­zione positiva

Da quella volta io ho sem­pre più svi­lup­pato il Kids Work­shop con l’aiuto di molti sug­ge­ri­menti pro­ve­nienti de­gli stessi bam­bini. Inol­tre al­cuni ra­gazzi che ave­vano par­te­ci­pato pre­ce­den­te­mente a dei work­shop mi aiu­ta­rono in quelli suc­ces­sivi. È stu­pe­fa­cente il fatto che dei bam­bini vo­gliono tor­nare a que­sti work­shop più e più volte. Io ho par­lato re­cen­te­mente con un ra­gazzo di 18 anni, che è adesso un chi­tar­ri­sta di ta­lento in un com­plesso punk rock e scrive lui stesso la sua mu­sica. Egli mi ha detto che ogni anno mette il warm fuzzy, che ha fab­bri­cato in un work­shop quando aveva 12 anni, sull’albero di Na­tale di casa sua.

Al­cune set­ti­mane fa ho vi­sto un ra­gazzo di 16 anni che si de­dica alla ri­pa­ra­zione di mo­to­ci­clette. Egli mi ha do­man­dato se po­teva aiu­tarmi quando avessi fatto un nuovo work­shop; era pre­oc­cu­pato che non glielo pro­po­nessi per­ché era troppo grande o troppo im­pe­gnato. Pos­sono pas­sare 4 o 5 anni senza che io veda ra­gazzi che sono stati in un work­shop. Ma quando io li vedo i loro oc­chi si il­lu­mi­nano ed essi sem­brano ri­cor­dare ogni cosa. Que­sto è an­che vero per quei ra­gazzi che mi aiu­tano ne­gli at­tuali work­shop. Essi ri­cor­dano molto chia­ra­mente cosa fu co­mu­ni­cato loro in quei primi work­shop. Tali espe­rienze sono la più chiara di­mo­stra­zione che quello che av­viene in que­sti gruppi è di fon­da­men­tale im­por­tanza per i bam­bini. Così cre­sce sem­pre più forte in me la con­vin­zione di quanto sia po­tente la­vo­rare con i bam­bini in questo.

Kids Work­shop: la struttura

For­mato dei Workshop

Vor­rei spen­dere adesso al­cune pa­role ri­guardo la strut­tura dei work­shop. In ge­ne­rale il for­mato del Kids Work­shop è pro­get­tato in modo da svi­lup­pare il ri­co­no­sci­mento e in­co­rag­giare l’espressione della fi­du­cia, dell’empatia, del ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato, della crea­ti­vità e della con­sa­pe­vo­lezza dell’ambiente. Per fare que­sto si svi­luppa la fi­du­cia in­co­rag­giando ogni per­sona ad ac­qui­sire co­no­scenza e con­di­vi­derla con al­tri mem­bri del gruppo.

Un eser­ci­zio ri­chiede che ogni bam­bino esprima tre de­si­deri. In que­sto modo essi sco­prono che i loro de­si­deri sono si­mili a que­gli de­gli al­tri e che si può di­mo­strare che al­cuni de­si­deri si pos­sono av­ve­rare. Il gruppo è sup­por­tato in ogni mo­mento, in modo da evi­tare pos­si­bili fu­ghe dal gruppo te­ra­peu­tico. 2. Em­pa­tia. L’empatia viene espe­rien­ziata per mezzo di role play­ing, at­tra­verso mo­menti crea­tivi come en­trare in si­tua­zioni fe­lici, tri­sti, no­iose o ir­ri­tanti, e at­tra­verso eser­cizi di fantasia.

Ri­co­no­sci­mento po­si­tivo incondizionato

Ven­gono im­pie­gati role play, sto­rie e pre­sen­ta­zioni me­diante dia­po­si­tive per aiu­tare i ra­gazzi a ri­co­no­scere e dare ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato e per pro­muo­vere l’apprezzamento delle so­mi­glianze e delle dif­fe­renze con gli al­tri, così che le dif­fe­renze pos­sano es­sere vis­sute in modo po­si­tivo e non minaccioso.

Con­gruenza

La con­gruenza è un ele­mento po­tente co­mun­que noto ai bam­bini: una con­sa­pe­vo­lezza più pro­fonda di essa si svi­luppa par­lan­done espli­ci­ta­mente e rea­liz­zando una pra­tica di­retta in op­po­si­zione a mes­saggi con­fusi. E’ im­por­tante per i bam­bini sa­pere che essi pos­sono evi­tare di man­dare un mes­sag­gio di­retto a voce alta quando que­sto non sem­bra ap­pro­priato. Per esem­pio se un bam­bino odia il ve­stito che il suo mae­stro in­dossa, ma non vuole ur­tare i suoi sen­ti­menti, egli può espri­mere il mes­sag­gio di­retto a se stesso piut­to­sto che ad alta voce.

Que­sto modo non fa per­dere la ca­pa­cità di espri­mere i mes­saggi di­retti: egli può sce­gliere fra espri­merli o no e lo fa sen­tire bene con se stesso. Inol­tre il work­shop aiuta i ra­gazzi a ri­co­no­scere i mes­saggi con­fusi così che quando essi ascol­tano qual­cuno essi non ab­biano da sen­tirsi “stu­pidi, sba­gliati o matti” come Vir­gi­nia Sa­tir dice nei suoi work­shop di te­ra­pia fa­mi­liare (4).

4. Vir­gina Sa­tir, Peo­ple Ma­king, Palo Alto, CA; Science and Be­ha­vior Books, 1972, Cap. 5.

Crea­ti­vità

La crea­ti­vità è in­co­rag­giata at­tra­verso tutto il work­shop me­diante gio­chi, danza, arte ed eser­cizi di fan­ta­sia in modo da as­so­ciare le qua­lità cen­trate sulla per­sona con at­ti­vità crea­tive. E’ an­che messa in estrema evi­denza l’importanza di avere il tempo di sognare.

L’ambiente

In­fine viene in­co­rag­giata la ten­denza a fare at­ten­zione all’ambiente, pro­po­nendo ai bam­bini sto­rie, danze e film do­cu­men­tari su­gli in­di­geni ame­ri­cani. Que­ste rap­pre­sen­ta­zioni sot­to­li­neano la fi­lo­so­fia de­gli in­di­geni ame­ri­cani che li in­vita ad es­sere in ar­mo­nia con se stessi, con la na­tura e con l’Universo.

Con­clu­sione

Que­ste qua­lità com­por­tano la pos­si­bi­li­lità di as­so­ciare un’ampia li­bertà di scelta alla pos­si­bi­lità di te­nere alta l’immagine di sé. Sen­ten­dosi bene con se stessi ed es­sendo in grado di espri­mere se stessi in un modo chiaro e di­retto, i ra­gazzi pos­sono go­ver­nare molte si­tua­zioni nel mo­mento in cui essi le in­con­trano; e pos­sono es­sere così evi­tati o ri­dotti i con­se­guenti pro­blemi fu­turi, re­la­tivi alla co­mu­ni­ca­zione con ge­ni­tori o ad al­tri fatti come il di­vor­zio, i tra­sfe­ri­menti fa­mi­liari o l’uso di droga.

I ge­ni­tori sono in­co­rag­giati a ve­nire ad un loro pro­prio work­shop col­le­gato con il Kids Work­shop, o a ve­nire all’ultima mezz’ora del Kids Work­shop, di modo che essi pos­sono spe­ri­men­tare, com­pren­dere e sup­por­tare la fi­lo­so­fia del work­shop ed aiu­tare a tra­sfe­rirla nella di­men­sione fa­mi­liare. Ge­ne­ral­mente i ra­gazzi amano il work­shop, e io amo facilitarlo.

Work­shop per adulti

Gli scopi

Poi­ché vo­levo tro­vare la strada per rag­giun­gere più bam­bini, io svi­lup­pai un work­shop per gente che la­vo­rava nel mondo dei bam­bini — in­se­gnanti, ge­ni­tori, con­su­lenti ed al­tri. Il work­shop per adulti “Ways of wor­king with chil­dren” può es­sere se­guito da per­sone con qual­siasi li­vello di pre­pa­ra­zione sco­la­stica.
An­che in que­sto caso fui nuo­va­mente sor­presa dalla ri­spo­sta e dall’entusiasmo per que­sto work­shop. In­co­rag­giare i ra­gazzi a dire schiet­ta­mente cosa essi pen­sano e pro­vano, a cre­dere ne­gli al­tri ed ac­cet­tarli a pre­scin­dere dalle loro dif­fe­renze, a com­pren­dere, per esem­pio, come un ra­gazzo nell’Unione So­vie­tica possa sen­tire, a ri­schiare crea­ti­vità e buoni sen­ti­menti ri­guardo ad essi stessi: que­ste sono al­cune idee per le quali de­gli in­se­gnanti, dei ge­ni­tori, dei con­su­lenti sono pre­di­spo­sti naturalmente.

Uno stu­dente lau­reato, dopo un work­shop per adulti nel 1986, scrisse:

“Willa Ca­ther scrisse alla fine di My An­to­nia: ‘I sen­ti­menti di que­sta sera mi fu­rono così vi­cini da po­terli rag­giun­gere e toc­care con la mano. Io ho com­preso il si­gni­fi­cato di tor­nare a casa da solo dopo avere sco­perto che cosa sia l’esperienza di uo­mini rac­colti in un pic­colo cer­chio’. Que­sto work­shop mi diede molto di più di quanto mi fossi mai aspet­tato. Io tor­nai in po­sti dove non ero stato nean­che un mo­mento. Ma, molto im­por­tante, que­sto aprì la mia mente una volta di più alle pos­si­bi­lità che io avevo ri­fiu­tato e mi aiutò a cre­dere nella mia stessa crea­ti­vità” (5).

Dopo un work­shop nel 1985 un in­se­gnante scrisse:

“Ogni in­se­gnante e ge­ni­tore do­vrebbe avere l’opportunità di ac­ce­dere alla co­no­scenza e alle in­tui­zioni (6) pro­po­ste in que­sti work­shop. Io sono stu­pito di quanto mi sono sen­tito at­tratto da essi e come in­se­gnante io vor­rei in­co­rag­giarli quanto più pos­si­bile” (7).

5. Dalla va­lu­ta­zione di uno stu­dente di Su­san Til­lig.
6. In­sight nel te­sto ori­gi­nale (ndt.).
7. Da una let­tera di Linda Trockel.

I me­todi

“Ways of Wor­king With Chil­dren” è in­di­riz­zato ad aiu­tare gli adulti a com­pren­dere ed a usare le idee di Carl Ro­gers ri­guardo alle qua­lità cen­trate sulla per­sona e le opi­nioni di Vir­gi­nia Sa­tir ri­guardo l’importanza di avere un’alta im­ma­gine di sé e di in­viare mes­saggi di­retti. Nel mio ruolo di fa­ci­li­ta­tore io mi pro­pongo come mo­dello di un modo di es­sere cen­trato sul cliente. Le idee sono pre­sen­tate me­diante nu­me­rosi eser­cizi ed esempi co­sic­ché la gente non im­para solo la teo­ria ma spe­ri­menta l’opportunità di in­te­grarla nella pro­pria vita per­so­nale e pro­fes­sio­nale, per po­terla usare quotidianamente.

Gli eser­cizi e gli esempi son rea­liz­zati usando me­todi di­dat­tici, ma­ni­fe­sta­zione di com­por­ta­menti ma­terni, ma­te­riale aned­do­tico de­ri­vato dalle mie espe­rienze in scuole al­ter­na­tive, di­mo­stra­zioni dell’esercizio di tec­ni­che te­ra­peu­ti­che, me­todi per au­men­tare la crea­ti­vità e la sen­si­bi­lità verso cul­ture dif­fe­renti. I par­te­ci­panti im­pa­rano a ri­co­no­scere le qua­lità cen­trate sulla per­sona in essi stessi e a svi­lup­pare per i loro stessi set­ting dei modi per aiu­tare bam­bini a espri­mere quelle qua­lità man mano essi crescono.

Esten­sioni

Il mondo de­gli affari

I work­shop per adulti sono d’aiuto non solo ad in­se­gnanti, ge­ni­tori e con­su­lenti ma an­che alle or­ga­niz­za­zioni. So­cietà di af­fari pos­sono spon­so­riz­zare work­shop presso co­mu­nità che siano aperte an­che ai loro im­pie­gati op­pure pos­sono or­ga­niz­zare work­shop ri­stretti ai loro soli impiegati.

Dopo un work­shop of­ferto nel 1987 at­tra­verso la Con­ti­nuing Edu­ca­tion Di­vi­sion of Co­lo­rado State Uni­ver­sity, una par­te­ci­pante scrisse:

“Io sento che i con­cetti pre­sen­tati in que­sto work­shop hanno un po­sto nel mondo de­gli af­fari. Mio ma­rito è Vice Pre­si­dente del Con­trollo di Qua­lità di una so­cietà ma­ni­fat­tu­riera. In una si­tua­zione in cui li­nee di pro­du­zione ve­loci e un pro­dotto di buona qua­lità rap­pre­sen­tano ele­menti por­tanti per la com­pa­gnia, fi­du­cia, em­pa­tia, ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato e mes­saggi di­retti sono l’ancora di sal­vezza nella com­pa­gnia. Io penso che que­sto tipo di work­shop adat­tato alle re­la­zioni di la­voro in un am­biente di af­fari sa­rebbe di grande be­ne­fi­cio a ma­na­gers e su­per­vi­sori” (8).

Non sol­tanto i con­cetti di­scussi nel work­shop aiu­tano la co­mu­ni­ca­zione fra im­pie­gati, ma essi aiu­tano an­che le re­la­zioni fra gli im­pie­gati e i mem­bri delle loro fa­mi­glie. Poi­ché nella no­stra cul­tura en­trambi i ge­ni­tori sono nor­mal­mente im­pe­gnati sia nel mondo del la­voro che nell’essere ge­ni­tori, se gli im­pie­gati sen­tono che essi stanno agendo bene nella loro vita fa­mi­liare e sono fe­lici, essi avranno l’energia e la mo­ti­va­zione per ope­rare me­glio nel loro am­biente la­vo­ra­tivo e po­tranno mi­glio­rare la loro con­cen­tra­zione ed es­sere più crea­tivi. Inol­tre ci sono oggi molti ge­ni­tori “sin­gle” che la­vo­rano, e che hanno bi­so­gno di idee crea­tive su come es­sere ge­ni­tori ef­fi­caci in quella condizione.

In­fine c’è un’altra area per la quale il work­shop per adulti ha delle op­por­tu­nità di suc­cesso. Im­pie­gati di com­pa­gnie o di scuole ol­tre oceano e le loro fa­mi­glie spesso hanno bi­so­gno di aiuto nel ge­stire l’esperienza dell’emigrazione (9). I pro­blemi che essi in­con­trano usual­mente hanno a che fare con la co­mu­ni­ca­zione e con lo stress im­pli­cato nel rap­por­tarsi con col­le­ghi in ini­zia­tive cul­tu­rali stra­niere. L’enfasi del work­shop sul com­pren­dere i sen­ti­menti di ognuno, sul co­mu­ni­care ef­fi­ca­ce­mente, sull’apprezzare le dif­fe­renze, e nel sen­tirsi bene ri­guardo a se stessi sa­rebbe cer­ta­mente di uti­lità ri­le­vante per loro.

8. Ne­gli Stati Uniti (ndt).
9. Ka­thleen Turner.

Il mondo

Fi­du­cia, em­pa­tia, ri­co­no­sci­mento po­si­tivo in­con­di­zio­nato, con­gruenza: quando ho ascol­tato nuo­va­mente Carl ho ca­pito che que­ste qua­lità e l’Approccio Cen­trato sul Cliente erano “in­ter­cul­tu­rali”. Se nel mondo la gente po­tesse im­pa­rare que­ste qua­lità ci po­trebbe es­sere mag­giore com­pren­sione, co­mu­ni­ca­zione e spe­ranza di pace. Per aiu­tare le per­sone nei work­shop per adulti a ri­co­no­scere que­ste qua­lità in se stessi e ne­gli al­tri io ho svi­lup­pato un modo per mo­strare loro il mondo at­tra­verso gli oc­chi di un bam­bino, nella spe­ranza che gli adulti così po­tes­sero non sen­tirsi mi­nac­ciati, vo­les­sero ab­bas­sare le loro di­fese e vo­les­sero ini­ziare a sco­prire che fi­du­cia, em­pa­tia e con­gruenza sono va­lori uni­ver­sali. Dopo un viag­gio, “Se­me­ster at Sea”, or­ga­niz­zato dall’Università di Pitt­sburgh, pro­get­tai una pre­sen­ta­zione sotto forma di dia­po­si­tive in­ti­to­lata ‘Kids Around the World’. La pre­sen­ta­zione si ba­sava su in­ter­vi­ste con bam­bini ri­guardo a quello che essi avreb­bero vo­luto co­no­scere sui bam­bini di al­tre nazioni.

At­tual­mente sto mo­strando que­sta pre­sen­ta­zione nei work­shop sia ai bam­bini che agli adulti ma essa po­trebbe es­sere ugual­mente mo­strata in al­tre si­tua­zioni come scuole, chiese, cor­po­ra­zioni o cen­tri di co­mu­nità, sia qui che altrove.

Con­clu­sione

Mi rendo conto che tutto il mio la­voro si è ba­sato sulle teo­rie di Carl Ro­gers e del pro­cesso cen­trato sul cliente. Ogni volta, prima di esplo­rare una nuova idea, io sono tor­nata ad ascol­tare Carl o a leg­gere i suoi li­bri, ed ogni volta ho ot­te­nuto nuove ispi­ra­zioni e il co­rag­gio di pro­vare il mio passo suc­ces­sivo. I bam­bini pos­sono avere un’alta im­ma­gine di sé, avere suc­cesso, rap­por­tarsi stret­ta­mente gli uni agli al­tri ed avere la for­tuna di vi­vere in un mondo di pace. Le teo­rie di Carl Ro­gers sono in­ter­cul­tu­rali e pos­sono es­sere usate ovun­que le per­sone en­trano in re­la­zione le une con le al­tre. Se le per­sone pos­sono co­mu­ni­care one­sta­mente le une con le al­tre al­lora ci può es­sere pace. I fili del tap­peto pos­sono riu­nirsi in un in­sieme me­ra­vi­glioso. Ci può es­sere ar­mo­nia e, come in una pre­ghiera na­vajo, la gente del mondo può “cam­mi­nare nella bellezza”.

Black Elk disse:

“Ci sono ca­valli di vari co­lori. Un giorno essi ver­ranno dalle quat­tro di­re­zioni della terra e sa­ranno in­sieme come un solo ca­vallo. Così an­che per gli uc­celli, gli ani­mali, gli uo­mini ed ogni al­tra cosa vi­vente” (10).

10. Black Elk, Black Elk Speaks, Uni­ver­sity of Ne­bra­ska, 1961, Cap. III.